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Tra eutanasia e «testamento» confine da marcare

Intervista al giurista Luciano Eusebi (29 settembre 2006)

di Andrea Galli

Testamento biologico: una necessità? Un «cavallo di Troia» per l'eutanasia? E soprattutto: un punto su cui è possibile trovare un accordo tra la varie sensibilità dell'opinione pubblica? Lo chiediamo a Luciano Eusebi, ordinario di Diritto penale all'Università Cattolica, sede di Piacenza, in prima linea nel dibattito bioetico.

Professore, si può trovare una convergenza su questo tema?

«Diciamo che dovremmo essere tutti d'accordo sulla necessità di assicurare al malato il diritto di non soffrire, ovvero di vedere tutelata la sua qualità di vita anche quando non può più essere guarito: ciò oggi è possibile e dev'essere realizzato, anche se rappresenta un costo. Il problema primario, insomma, è quello di evitare l'abbandono terapeutico. Inoltre, possiamo essere tutti d'accordo sul fatto che non si deve praticare l'accanimento terapeutico, cioè la prosecuzione di terapie i cui benefici siano evidentemente sproporzionati rispetto alle sofferenze e alle menomazioni. Tenendo conto delle caratteristiche e del caso di ciascun singolo malato: si deve evitare di definire soglie standard al di là delle quali sarebbe consentito, automaticamente, di rinunciare alle terapie».

Ma questo non apre le porte a una deriva soggettivistica?

«Per questo è anche indispensabile un impegno comune per riconoscere dei parametri di oggettività nelle diverse situazioni. Il punto cruciale del dibattito sull'eutanasia è proprio la forte pressione a spostare il problema sul piano delle decisioni puramente soggettive, dal che derivano anche i rischi connessi a un certo modo d'intendere il testamento biologico. Testamento per il quale, tra l'altro, il Comitato nazionale di bioetica ha usato l'espressione più consona di "dichiarazioni anticipate di trattamento"».

Quali sarebbero questi rischi?

«Il rischio che il malato esiga che la relazione col medico sia orientata non alla tutela della sua salute, bensì alla sua morte, e in casi in cui non siano in gioco terapie sproporzionate. Con ciò si passerebbe a dare rilievo giuridico a un giudizio sulle capacità o qualità che la vita di un individuo esprime in un dato momento. Il che contraddice lo stesso principio cardine della democrazia e della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, per il quale la salvaguardia dei diritti fondamentali non può mai dipendere da un giudizio sulle condizioni o sulle caratteristiche individuali».

Una medicina insomma piegata al desiderio di morire, non di vivere.

«Non solo. Dinanzi a norme che, a certe condizioni e fuori da contesti di accanimento, autorizzino la richiesta al personale sanitario di una cooperazione per la morte, c'è poi il rischio grave della colpevolizzazione dei malati, i quali richiedono delle cure indubbiamente costose per la società».

Il malato che viene spinto a sentirsi un peso per la società?

«Esatto. Poi è molto ambigua la presentazione ai cittadini della medicina come un'attività orientata all'"oltranzismo", una medicina da cui ci si dovrebbe difendere affermando il diritto del singolo all'eutanasia: il risultato finisce per essere quello di indurre molti malati all'uscita di scena spontanea, liberando la società dai relativi costi, anche quando non sia in atto alcun accanimento».

In sostanza cosa è possibile accettare?

«Può esserci spazio per le "dichiarazioni anticipate di trattamento": ma con l'inammissibilità della richiesta, da parte del malato, di una relazione con il medico non orientata alla tutela della salute, bensì alla morte.Le dichiarazioni potrebbero avere rilievo, ad esmpio, rispetto a possibili alternative terapeutiche, come pure in rapporto alla dichiarazione, rasserenante per i congiunti, della rinuncia a forme di accanimento, o anche per tener conto di quegli elementi del "giudizio di proporzionatezza" di una terapia che fanno riferimento a dimensioni soggettive.

E per i casi, poniamo, di stato vegetativo permanente?

«Le "dichiarazioni" non potranno avere per oggetto quelle cure, sempre dovute, che garantiscono ciò che è necessario per vivere a ogni individuo, sia egli sano o malato, come l'idratazione, l'alimentazione, la respirazione: salvo sempre valutare, per esempio rispetto a una ventilazione, se siano proporzionate le modalità necessarie per attivarla. Poi vorrei aggiungere un'altra cosa, se permette».

Prego.

«A differenza di quanto avviene nel colloquio ordinario tra medico e paziente, le "dichiarazioni" in oggetto si riferiscono a una situazione futura, cioè a un contesto nel quale l'atteggiamento psicologico del soggetto interessato potrebbe essere ben diverso, come l'esperienza insegna, da quello in cui tali dichiarazioni sono state formulate: spetterà solo al medico valutare la loro congruità nel tempo, sulla base dei contenuti e di tutti i fattori in gioco, rispetto al caso concreto. Per le ragioni che le ho esposto, inoltre, non è condivisibile una legittimazione dell'attività medica basata esclusivamente, come per un qualsiasi contratto, sul rapporto privato tra medico e paziente. In altre parole, quello che si può legittimamente chiedere all'attività medica, come attività attinente ai fondamenti della vivere sociale e alla salvaguardia dei diritti umani, non può che rimanere l'oggetto di una riflessione svolta, secondo il metodo democratico, nell'intera società. Una logica contrattualistica non garantirebbe affatto in modo migliore – come da tempo s'è compreso in settori assai meno delicati della vita associata – la tutela dei diritti sostanziali».

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