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La città che prega

"Oltre il muro" di Giorgio Bernardelli (L'ancora del Mediterraneo, pp. 136, euro 12) è un libro costruito su storie di incontro e dialogo tra israeliani e palestinesi. Pagine che, spiega l'autore, "non nascono per raccontare una serie di isole felici dove tra arabi ed ebrei non esistono più problemi".

Ma "hanno alla loro base un'idea esattamente opposta: vogliono tornare a parlare dei nodi veri di questo conflitto. Delle ferite che tuttora rendono impossibile la pace".

Così partendo proprio dal "muro", simbolo di lacerazione e dolore, Bernardelli invita al viaggio, "a guardare dentro a questa terra (alla sua storia, ai suoi significati ma anche ai problemi più banali dei due popoli che vi abitano)" per porgere alla pace un'altra occasione. Dal capitolo "Il padre nostro tra i kamikaze" riprendiamo alcuni significativi passaggi.

"Il silenzio della preghiera a due passi dalla violenza". Bernardelli racconta una Gerusalemme intrisa di umanità, fatta di incontri e di dolore. Una città viva e sofferente, in cui la speranza commuove e fortifica, in cui la "pace" può essere una preghiera sussurrata dall'orizzonte di una terrazza poco sopra il Getsemani, sul Monte degli Ulivi.

Ci immergiamo nella solitudine mistica della Chiesa del Pater Noster, poco fuori la Città Santa, dove la tradizione racconta fosse uno dei rifugi di Gesù. In questo luogo antico "quindici religiose provenienti da diversi continenti compiono, con il loro silenzio, uno dei gesti più estremisti per la Terra Santa attuale; custodiscono idealmente una preghiera in cui si parla di perdono".

Così in straordinaria contemporaneità, i versi del Padre nostro riecheggiano tra le esplosioni delle armi da fuoco ed in mezzo al pianto. Sono parole pronunciate in eterna sequenza e lette dai pellegrini (pochi ormai per via dell'inasprirsi dei conflitti) in visita nel chiostro.

L'interno ed il cortile sono, infatti, "sono costellati da grandi pannelli in ceramica, su cui è riportata nelle diverse lingua la preghiera insegnata da Gesù.

Quando la chiesa fu costruita, erano trentadue; con il passare degli anni sono diventati ben centotrentanove. Questa sorta di Babele all'incontrario era fino al 2000 una tappa praticamente obbligata di ogni pellegrinaggio; si andava a cercare la propria lingua e, guardando tutte le altre, ci si fermava un attimo a pensare dove mai parleranno il pampango, il kechoua o il cibemba".

Nel chiostro, racconta Bernardelli, "capita di sentirsi avvolti da un silenzio che fa pensare. E si osservano dettagli cui non avevi mai fatto caso: per esempio che l'arabo e l'ebraico, nel portico della chiesa, si trova a pochi centimetri l'uno dall'altro".

In quel silenzio i paradossi di Gerusalemme appaiono ancora più stridenti. "Non c'è altra città al mondo dove lo sguardo si sollevi così spesso verso l'alto. Eppure proprio qui ci si fa saltare in aria sull'autobus invocando il nome di Dio. Oppure si citano passi della Torah per chiedere che l'altro venga finalmente annientato".

La città è segnata, ormai profondamente, da una "spirale di orrori senza fine". "Alcuni – spiega ancora Bernardelli – si sono consumati proprio in fondo alla strada che parte dalla valle qui sotto e si snoda fino a Hebron o, nell'altra direzione, sale verso Ramallah e poi Nablus.

Anche i blocchi di cemento dell'ormai celebre muro di separazione si stanno avvicinando a grandi passi: probabilmente presto passeranno a poche centinaia di metri di distanza, sull'altro versante del Monte degli Ulivi, dove finiscono le case di questo quartiere arabo". Ma, si chiede il giornalista, "come si prega nel cuore di un conflitto?".

"La risposta non può che partire da quella preghiera. Perché le parole di Gesù che di solito recitiamo con ta nta tranquillità oggi, qui, suonano inevitabilmente come una provocazione".

Le carmelitane del Monte degli Ulivi, con la loro "invisibile vita" di preghiera, sono chiamate dunque a "tener viva la fede anche di coloro che stanno là fuori. In un certo senso siamo qui anche per loro.

Perché non è facile aver fede se ti manca il cibo o sperimenti tutte le altre prove. Quando preghiamo noi chiediamo che in qualche modo, collettivamente, la pace entri nei loro cuori.

Che possano vedere che Dio è là, accanto a loro".

Così, aggiunge Bernardelli, "accanto a quella dell'odio c'è anche una Gerusalemme in ginocchio non per i torti subiti gli uni dagli altri, ma per invocare da Dio il dono della pace".

(10 gennaio 2006)

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